Non è la primavera
Gli indignati di Wall Street visti da vicino non hanno tratti arabi
Gli occupanti di Zuccotti Park, quartier generale della protesta contro il sistema, attraversano la strada sulle strisce pedonali per avviarsi minacciosi verso le vetrine di Bank of America. Dai loro zaini non tirano fuori spranghe e molotov ma un’arma che non s’addice granché alla mistica dell’indignazione, il bancomat, e prelevano contanti per andare a comprare un paio di hamburger da McDonald’s. Con i sacchetti unti tornano diligentemente al loro posto a scrivere cartelli contro il “greed” di Wall Street, contro la disoccupazione, le ingiustizie sociali.
7 AGO 20

I cartelli “se siete qui solo per la band tornatevene a casa” erano già esposti da ore quando si è capito che Thom Yorke e i suoi non sarebbero mai arrivati, ma lo scopo – fare massa critica – era ormai raggiunto e le scuse tardive per la bufala si sono perse nelle sabbie dei social network. A dare la carica allora ci hanno pensato le settecento persone arrestate sabato mentre marciavano verso il loro luogo naturale: Brooklyn.
Alcuni sono addetti esclusivamente a reggere i cartelli. Lo fanno per tutto il giorno, fronteggiando un cordone di poliziotti con la divisa blu che da un paio di metri li fissa senza espressione. Sono gli ufficiali con la camicia bianca che si occupano di risolvere le grane, tipo quella di sabato sul ponte di Brooklyn, quando gli occupanti stavano cercando di attraversare l’East River sul piano del ponte riservato alle automobili. Chi si è infilato sulla camminata riservata ai pedoni è passato indenne – la legge non lo può certo vietare – ed è arrivato trionfante alla testa del corteo dei primi respinti, anticipato soltanto da fidippidi in bicicletta con caschetto ben allacciato e luci a norma. Dicono che la polizia li ha ingannati, che gli stessi agenti guidavano il corteo come se tutto fosse regolare, una specie di safety car che nel mezzo dell’attraversata ha iniziato d’emblée ad ammanettare manifestanti e a caricarli sulle camionette. Destinazione: la prigione di Rikers Island, dove anche Dominique Strauss-Kahn ha passato le sue notti peggiori. “Dopo un po’ i poliziotti mi hanno lasciato andare”, ha detto al Foglio una ragazza di Brooklyn con i capelli corvini rasati su un solo lato. “Forse hanno capito che sarebbe stato difficile portare via tanta gente. Eravamo seduti sulla strada, recintati da una barriera arancione di quelle che si usano per i lavori in corso. Un poliziotto ha aperto la recinzione e ha detto a me e agli altri ‘via di qui’. Siamo andati via senza fare domande”.
Accampati a Zuccotti Park con tende, cucine, laptop, palloncini, chitarre e rullanti non ci sono soltanto gli studenti che stanno organizzando la grande marcia di domani – in contemporanea con le altre città che si sono unite alla protesta: Washington, Seattle, Los Angeles e altre – ma anche professori, pensionati, professionisti, curiosi, gente arrivata dai sobborghi nella generica speranza di una rivoluzione e scioperati in cerca di calore umano. C’è anche un canuto attivista di Ron Paul che si aggira catturando più consensi di quanto si creda.
Ma l’essenza della protesta sono i ragazzi dei quartieri underground di Brooklyn, dove la sottocultura hipster ha surrogato quello che in Europa hanno fatto i centri sociali. Non sono hippie che vivono nudi nelle case occupate, ma figli nemmeno troppo ribelli della borghesia che condividono appartamenti in zone dove le case non sono propriamente economiche. Questi indignati educati – invitano a non fumare all’interno del parco, è contro la legge – sperano che Zuccotti Park possa trasformarsi nella nuova piazza Tahrir con la bacchetta magica di Twitter ma al momento non è nemmeno chiaro quale sia il nemico con cui prendersela. Wall Street è l’incubatrice di un male senza nome che nulla condivide con l’insurrezione delle piazze arabe. Ai businessman che si aggirano cercando un taxi dicono “join us!” e ai temutissimi poliziotti che vanno avanti e indietro sulle camionette nessuno si azzarda a gridare il vecchio “fuck tha police”.